Il Beato Antonio di Avola
e Noto detto l'Etiope (+1550)
Dobbiamo accogliere questa testimonianza del B. Antonio di Avola e Noto,
per dare densità evangelica, ecclesiale e storica alla nostra conversione.
Anche noi dobbiamo, con Lui, affrancarci da schiavitù che ci rendono
“schiavi contenti” (nel seguire acriticamente la corsa al benessere
individualistico ma così continuare ad opprimere il Sud del mondo)
e decidere di uscire dalla crisi insieme agli immigrati, recuperando per tutti
e con tutti autenticità di vita, fraternità nelle relazioni, giustizia e pace al cuore della città.
(Maurilio Assenza direttore della Caritas Diocesana).
Mons. Vescovo A. Staglianò ha benedetto e inaugurato, il 14 marzo 2012, la statua bronzea del Beato nel sito dov'era la chiesa di Santa Venera ad Avola Antica.
Lo stesso Mons. Vescovo ha concesso il nulla osta perché «le reliquie del Beato Antonio – traslate nel 2003 dalla chiesa di S. Maria di Gesù (adesso sede del C.U.M.O.) alla sede provvisoria presso la cappella delle Suore Francescane dell’Immacolata di Lipari in Noto – abbiano dignitosa ricollocazione e venerazione del popolo santo di Dio» nella chiesa del Ss. Crocifisso, dove ormai si trovano dal 18 marzo scorso.
La Provvidenza dispone così che i tratti fondamentali che hanno contornato lo stile di vita cristiana e ascetica del Beato Antonio (accoglienza del progetto di Dio, povertà radicale sino all’accettazione della croce e servizio) siano ripresentate per aiutarci a restituire significato e qualità alle nostre scelte, vivendo nel segno di una rinnovata comunione.
Antonio - nativo di Barce di Cirene (Libia) verso il 1490 - è rapito ancora ragazzo dai pirati e viene venduto nel caravanserraglio di Siracusa come schiavo domestico (scavu campagnuolu) al massaro avolese Giovanni Jandanula, che gli affida la custodia dell'ovile e lo aiuta nella catechesi ad accogliere la verità nella fede cristiana. Al battesimo si vuole chiamare Antonio, come il santo di Padova, e frequenta la chiesa di Santa Venera.
Dopo 38 anni si trasferisce a Noto a servizio di due nipoti di Jandanula che, edificati dalla sua bontà, lo rendono libero: «Non possiamo avere come schiavo - dicono - colui che Dio ha per amico».
Libero cittadino, Antonio si offre a servire i carcerati e i malati, poi sceglie la vita eremitica come terziario francescano a S. Corrado di fuori. Periodicamente va a Noto per accostarsi ai sacramenti e raccogliere elemosine per i poveri. Egli muore il 14 marzo 1550. Il suo sepolcro nella chiesa francescana di S. Maria di Gesù diviene subito meta di pellegrinaggi e celebre per i tanti miracoli.
Il 13 aprile 1599, alla ricognizione il suo corpo è trovato integro e incorrotto. E' stato indicato come santo negro per la preclara santità della sua vita. .Nel 1611 viene data licenza di divulgarne l'immagine con l'aureola di Beato. Già nel secolo XVII l'esemplarità della sua vita viene proposta soprattutto ai negri africani schiavizzati in Brasile: là è detto «Santo Antònio de Categerò» (o Cartagenès) per la sua origine africana.
A quattro secoli da quel 1550, è stato per me un insperato privilegio averne trovato fortunosamente le reliquie riposte nel coretto di S. Maria di Gesù il 20 agosto 1977[1]
In occasione del Convegno diocesano su «Accogliere gli immigrati oggi» (Noto, 11-12 gennaio 1992), il Beato Antonio è stato scelto come Protettore della Caritas Diocesana, perché è oggi 'segno profetico ed ecumenico' che interpella la nostra coscienza cristiana a saper accogliere i tanti immigrati dall'Africa. Questi in numero sempre maggiore vengono ad abitare in Italia e in Europa. In ciascuno di essi dobbiamo saper vedere un nostro fratello in Cristo Salvatore.
Possa la vita esemplare dell’Etiope di Avola e Noto annunciare a noi, ai popoli del Mediterraneo, del Brasile, della diocesi gemella di Butembo-Beni e del mondo la buona novella della cultura della carità che aiuta a vedere in ogni essere umano, specialmente negli emarginati e negli ultimi, l’immagine visibile del buon Dio. «Nessuno va escluso dalla “cura umana” di una comunità cristiana che vuole praticare la misericordia» (S.E. Mons. Antonio Staglianò).
«Auspico che gli esempi di santità e di carità del fratello negro Antonio Etiope facciano rivivere l’accoglienza di ogni uomo» (Beato Giovanni Paolo II).
«La riscoperta del Beato Antonio Etiope di Avola e Noto si può leggere come un segno che viene donato alla nostra Chiesa locale e al nostro territorio, segno ricco di significati da rileggere in rapporto al nostro tempo. La presenza di terzomondiali nel nostro territorio, spesso veri e propri nuovi schiavi di una società indifferente quanto razziale, ci interpella. Vediamo nel Beato Antonio un segno profetico dell’impegno verso i poveri» (P. Ugo eremita).
Sac. Salvatore Guastella
[1]Cfr. Guastella S., Fratello Negro, Antonio di Noto detto l'Etiope, p.77. Noto, 1990.