UNA  STRAORDINARIA  LECTIO MAGISTRALIS  DEL PROF. G. BARONE

  A Noto – come dall’invito  in foto – presso la Sala Gagliardi di palazzo Trigona, Venerdì 25 febbraio 2011, il prof. Giuseppe Barone, preside della Facoltà di Scienze Politiche all’Università di Catania, ha tenuto una “Lectio Magistralis” sul tema “ La Sicilia e il Risorgimento: il Val di Noto nella crisi dell’unificazione italiana 1859-1861.”   Sorvolando, in queste pagine, sulla prima ancorché interessantissima ampia analisi storiografica del Relatore sull’Unità d’Italia e della Sicilia nel Risorgimento, pubblichiamo un estratto dell’ultima parte di quella “Lectio”  su Noto che ci riguarda.

<< ... Quindi un Risorgimento complesso da studiare ancora oggi  - dice il prof. Giuseppe Barone - perché ci sono tante e mille leggende da abbattere ma avendo chiara la consapevolezza che, nell’analizzare criticamente questo grande evento della nostra storia, non significa essere revisionisti filoborbonici ma è il miglior servizio scientifico alla memoria collettiva. … Non capisco perché – quando parliamo del Risorgimento italiano – si debba gridare  Viva Garibaldi oppure Abbasso Garibaldi, Evviva i Borboni od il contrario, oppure V. Emanuele II e Cavour sono buoni oppure no: non c’è bianco e nero, c’è il grigio, cioè anche il colore di mezzo inteso come capacità di cogliere le ombre e le luci!

    In tal senso, cerchiamo di vedere un altro aspetto di questa storia, non la grande in generale. Un altro grande filone di studi è quello che ci fa comprendere come quella storia nazionale generale si “cala” e si “invera” nelle mille storie locali e nelle mille vicende dei mille territori che hanno contribuito – a loro volta – a creare l’Unità nazionale: la storia delle Regioni come, per es., Toscana, Emilia, Sicilia; la storia delle città come Palermo, Catania, Messina e Noto con le loro “piccole storie” delle campagne, dei villaggi, dei contributi degli artigiani, degli operai intrecciati a quelle della borghesia e della nobiltà. Si tratta d’una vicenda ampia, ricca, tutta da scoprire come, per es., la storia di Catania che è completamente diversa da quella di Palermo, di Modica, ecc. Noto ha la sua storia ed i suoi Storici locali molto bravi, come Carmelo Sgroi negli anni Trenta del Novecento o Corrado Gallo, che è sicuramente il principale studioso della storia netina, ma penso anche a tante altre persone di oggi. Noto ha una bella memoria collettiva che conserva e coltiva ma, tuttavia, sono convinto che ancora ci sia tanto da vedere e da studiare anche su di essa.

    Cosa potremmo dire su Noto, non sul Val di Noto? E’ interessante che si tenti di riflettere sulla Noto dell’Ottocento. Certo, nell’immaginario collettivo Noto significa la sua ricostruzione, soprattutto dopo il terremoto del 1693. Non c’è turista che, quando viene qui, non cerchi il Barocco del “giardino di pietra” di Cesare Brandi, cioè il miracolo dell’Architettura che, in realtà, è il miracolo d’una comunità che ha avuto la capacità economico-culturale di risorgere da un grande sisma e d’avere ricostruito una Noto nuova in un sito diverso, non sui monti ma più vicina al mare, ai commerci e che ha realizzato, nel corso del Settecento, quel meraviglioso scenario materiale e culturale del suo centro storico.

    Da questa breve riflessione emerge che protagonisti di quella straordinaria crescita della città post terremoto sono state due forze sociali: la Nobiltà e la Chiesa, che hanno avuto il pregio ed il merito di aver costruito la Noto nuova. Ci sono stati, è vero, tanti altri Ordini religiosi che hanno pur essi contribuito, come i Gesuiti, i Domenicani, i Crociferi, i Francescani, ecc. o  nobili famiglie come i Landolina, i Nicolaci di Villadorata, gli Impellizzeri, i Castelluccio, i Trigona-Cannicarao, ecc. che avevano tutti esponenti o parenti nel clero. Sono stati loro che hanno costruito questa sontuosa scenografia perché avevano pure il potere politico ed economico.

    Allora, fra Settecento ed Ottocento netino, come possiamo pensare che questa Elite nobiliare e religiosa potesse farsi togliere il potere da altre forze? Quella alleanza Nobiltà-Chiesa si “tenne e mantenne” bene finanche nell’Ottocento borbonico, che vide una città crescere in maniera esponenziale proprio grazie alla monarchia. Questo fatto lo dobbiamo capire perché è una contraddizione rispetto al dato generale di prima: i Borboni non solo avevano aiutato Noto nel Settecento concedendo il Tribunale del commercio, elevato il Consiglio Civico a Senato Cittadino cos’ì com’era a Catania ma, è soprattutto dopo la rivoluzione del 1837 a causa dell’epidemia di colera - quando Siracusa si era ribellata, come scrive Emanuele De Benedictis, alla ”mala signoria  dei Borboni” con l’uccisione dell’Intendente e del Capo della Polizia e relativo massacro – che Noto godette del privilegio d’essere nominata capovalle dal gen. Del Carretto, che declassò e punì duramente Siracusa. Il ruolo di città capovalle premiava Noto, che già stava crescendo e che si trovava ad avere improvvisamente – per i guai di Siracusa –  una straordinaria opportunità come la sede dell’Intendenza, della Finanza, dell’Amministrazione sanitaria, delle Forze militari: in una parola, significava avere a Noto – diremmo oggi – tutto il Terziario del tempo ed il centro del Val di Noto così come lo era stata nel Settecento.

    In tale nuova configurazione, Noto capovalle dirà spesso “grazie” ai Borboni che, così puniscono Siracusa, tanto che nel 1844 Ferdinando II concede la Sede vescovile con l’elevazione a Diocesi: un ulteriore premio perché essere capoluogo di provincia ma anche sede di Vescovado significava essere la “capitale” della Chiesa in un vasto territorio con ricche rendite ecclesiastiche. Le poche strade che saranno fatte fra il 1838 ed il 1860 furono tutte “baricentriche” verso Noto, per dove tutte convergevano e/o confluivano. Nacquero allora il Liceo, La Biblioteca ed i primi lavori per il molo di Calabernardo, da dove partivano barche di cabotaggio che commerciavano con Messina e la costa calabra, ma anche dove arrivavano i piroscafi da  Napoli  con la corte o con carichi di materie prime per le nostre attività.

  Vi chiederete perché io abbia fatto questo “quadro” come in una foto: perché essa “contiene” la storia di Noto verso l’’Unità. Ma questo vale anche per Catania che nel primo Ottocento era “nulla”, coi suoi 20mila abitanti, rispetto alle grandi vicende urbane della Sicilia ove contavano solo Palermo e Messina. Catania divenne capoluogo di provincia nell’Ottocento borbonico ed allora cominciò la sua straordinaria ascesa economica. Siracusa ce l’avrà a morte con Noto per la vicenda del 1837: i Siracusani correranno a Napoli ai piedi di Ferdinando II per dire – Basta, abbiamo sbagliato a ribellarci contro l’autorità del Re: chiediamo perdono, ridateci la città capitale! – Ma Noto si mobilita già dal dicembre 1837 e Salvatore Russo Ferruggia, uno dei primi storici di Noto, scrive una Storia della Città, dall’antichità ai suoi giorni, nel 1838 proprio per dimostrare al Re ed alla corte napoletana che hanno fatto bene ad elevare Noto capovalle, essendo una città antica e nobile con chiese, conventi, ecc. ecc.

    Insomma anche la storiografia – diremmo - si mobilitò ed è questa città in mano alla Nobiltà ed alla Chiesa che visse le vicende del 1837 e del 1848. Sì, anche il 1848 è stato protagonista di bellissime e straordinarie cose che dovremmo raccontare perché Siracusa – seppure per quel solo anno – si riprese il titolo di città capovalle. Infatti, scoppiata la rivoluzione a Palermo, la Noto borbonica temporeggia un poco: quel tanto per farsi accusare dai Siracusani di essere davvero filo-borbonica. Per questo il titolo tornò a Siracusa per un anno: repressa poi la rivoluzione, nel 1849 Noto divenne ancora capovalle fino al 1860 , quando in essa scoppiò il vero moto risorgimentale.

   Ma, chi furono i protagonisti di quella vicenda del 1860 a Noto? A differenza del 1837 e del 1848, chi imbracciava la bandiera tricolore e la metteva attorno alla statua di Ercole ai primi dell’aprile 1860, non furono né i Nobili né il Clero che, evidentemente era – come dire – “prudentemente” attaccati alla monarchia borbonica. E non c’è nulla di scandaloso se ricordiamo come, tra il 1838 ed il 1858, Ferdinando II  era venuto 4 volte a Noto, ove dormì in questo palazzo Trigona-Cannicarao, nel palazzo Landolina ed in altre parti; né se consideriamo il fatto che le grandi statue dei sovrani Ferdinando I e II verranno abbattute nel 1860 e che erano state lì a ricordare Noto come città felicissima e fedelissima ai Borboni.

    Chi innalzò la bandiera dell’Unità nazionale, pertanto, non avrebbero mai potuto essere i Nobili né il Clero che tanto dovevano alla monarchia: furono un gruppo di Giovani,un po’ scapestrati, un po’ romantici assieme ad artigiani e popolo minuto! Era quell’ala assolutamente minoritaria che a Noto era rappresentata dal Partito d’Azione – il Partito Democratico diremmo oggiun gruppo minoritario nello schieramento dell’élite locale che faceva capo al medico Lucio Bonfanti Calvaros, un gruppo radical-mazziniano-garibaldino che per primo scese in piazza gridando “Morte ai Borboni!” ed inneggiando all’Unità d’Italia. Fu questo gruppo di filo-mazziniani che domenica 8 Aprile 1860 inscenò la prima manifestazione. Le campane della Gancia a Palermo erano suonate a stormo il 4 Aprile 1860, e quattro giorni dopo quei Giovani democratici insorsero ma la polizia li fermò e li fece arrestare.

    Appena una mese dopo,quando si seppe che Garibaldi era sbarcato a Marsala, prima ancora che  si sapesse della vittoria di Calatafimi il 15 Maggio, il giorno 16 furono proprio quei Giovani attivisti democratici dei Fratelli Bonfanti ed altri che inscenarono un’altra manifestazione: inalberarono la bandiera tricolore, portarono per le strade “in processione” il ritratto di re Vittorio Emanuele II, mentre l’Intendente Mezzasalma scappava: per un momento Noto era nelle mani non dei Nobili o del Clero, ma dei Democratici, fra cui personalità che oggi andrebbero meglio chiarite e studiate.

    Avrebbero potuto i “Gattopardi” – e quando dico Gattopardi intendo la Nobiltà netina che aveva potere economico, ricchezze, cultura e capacità politiche da lungo corso perché aveva amministrato non male la città e l’aveva fatta risorgere – avrebbero potuto, dicevo, il Marchese di Cannicarao, i Landolina, i Nicolaci, ecc. lasciarsi sfuggire il potere in una fase così decisiva? No, di certo! In quelle calde giornate del Maggio 1860, si giocò la partita più decisiva a Noto. Infatti, quel blocco di Chiesa e Nobiltà si ricompattò immediatamente fra il 19- 20 Maggio, quando capì che non ci sarebbe stato più futuro per la monarchia borbonica e si riallineò subito per Cavour e Vittorio Emanuele II, non certo a favore di Garibaldi ma per una soluzione liberale e moderata che conservasse le proprietà e che non desse adito a qualunque rivoluzione sociale.

    Si venne così a formare un Comitato Cittadino, il Marchese Vincenzo Trigona divenne il Comandante della Guardia Nazionale, cioè di quelli che avevano in mano la forza militare e Matteo Raeli, l’esule di Malta ed uno dei capi della rivolta siciliana del 1848, delegò le sue funzioni al medico Antonio Sofia, che sarà un po’ l’anima di quell’area liberal-moderata. Tutta la Nobiltà andò a convergere in questo senso, insieme ai Priori ed agli Abati di tutti i conventi e di tutti i monasteri: c’era il Vicario della Diocesi, il Superiore dei Gesuiti, quello dei Domenicani, tutti uniti dall’unico obiettivo ben preciso di arginare l’ala mazziniana e farla fuori  per poi non farla contare un bel nulla! Questo perché – se fosse caduta la monarchia  e fosse nata l’Italia – quella nuova Italia avrebbe e sarebbe dovuta sorgere…nel solco della continuità del potere. Non dico ciò in chiave negativa o dispregiativa perché – lo abbiamo detto – quella classe dirigente ci sapeva fare essendo stata al potere da lungo tempo.

   Infatti, nel giro di pochi giorni, a Noto i mazziniani, i democratici, i garibaldini furono fatti fuori: i posti di comando furono tenuti da suddetto sistema di potere che si era appena ricompattato, per cui a quei Giovani tutti non restava che il tentativo di “una rivoluzione nella…rivoluzione”: cioè una rivoluzione interna alla città con una vera e propria guerra civile. I Democratici tentarono l’assalto all’arma bianca per sconfiggere militarmente il blocco nobiliare ed ecclesiastico. Non ce la fecero perché la forza militare era nelle mani dei Militi a cavallo e della Guardia Nazionale  al comando della famiglia Trigona-Cannicarao e dei loro parenti. Avvenne un piccolo bagno di sangue, col giovane Vincenzo Catera che, incarcerato, tentò di assassinare col fucile, prima, e col pugnale, dopo, il Marchese di Cannicarao: dopo di che successe come a Bronte – come a Bronte! – che una Giunta suprema di guerra , nell’arco di 48 ore processò i rivoltosi, condannando a morte il Catera ed all’ergastolo una diecina di persone.

   Questa vicenda dimostra che l’Unità d’Italia  non è stata uno scherzo, né una passeggiata: c’è stato chi ha vinto e chi ha perso: quel blocco di potere mantenne sì la sua egemonia ma ebbe a pagare il prezzo più alto e più salato perché quel blocco ecclesiastico-nobiliare, quando si aprì la nuova Storia d’Italia, cominciò  subire gi effetti più micidiali. Basti pensare che, fatta l’Italia, il titolo di capoluogo di provincia nel 1865 ritornò definitivamente a Siracusa: sarà facile, infatti, alla Sinistra storica – a Crispi in primo luogo ed alla Sinistra siracusana – dimostrare al Parlamento di Torino che, se c’era una città più filo-italiana, più filo-sabauda ed antiborbonica, quella era proprio Siracusa che si era ribellata nel 1837 e nel 1848  e molto prima di Noto, per cui non era possibile che il capoluogo fosse ancora lì mantenuto.

   Noto visse come una decapitazione, quella decisione:  una sconfitta perché anche  la “sua” destra storica aveva unificato l’Italia. Ma, poi, che…botte, che botte! Basti pensare agli anni 1862-1866-1867: abolizione della manomorta ecclesiastica, scioglimento delle corporazioni religiose, chiusura dei conventi e dei monasteri,ecc. Era un riformismo laico, quello della Destra storica, tanto che in Sicilia furono chiusi  250 fra monasteri e conventi: solo a Noto ben sei conventi ed otto monasteri! Ma questo fu solo un primo tempo. Quella legislazione antiecclesiastica della Destra storica – a cui contribuì Matteo Raeli da grande liberale e massone qual egli era da deputato del Collegio di Noto – quella legislazione, dicevo, ruppe l’alleanza fra Chiesa e Nobiltà, tanto è vero chela Chiesa netina, rivolta ai Nobili, li rimproverò chiedendo loro a che ci stessero a fare, se non per restare al potere, e facendo perdere a Noto non solo il capoluogo di provincia ma lo stesso potere della Chiesa, così sbriciolato e sfarinato  dalla perdita dei relativi privilegi che avevano fatto grande la città e proprio mentre quegli stessi Nobili compravano a buon prezzo le terre espropriate alla Diocesi!

   A Noto, quindi, nel giro di pochi anni la grande vittoria del 1860 – che aveva visto insieme Chiesa e Nobiltà battere i Democratici ed emarginare la Sinistra garibaldina – divenne “aria fritta”: e questo ci deve far riflettere sull’attualità di grandi maggioranze che vincono le elezioni ma poi non riescono a governare! A Noto, ripeto, successe quello che spesso accade oggi in Italia: ai Nobili netini, infatti, successe che vinsero e..persero! Vinsero la battaglia ma persero la guerra, per cui si pose il problema enorme di “ri-costruire” una nuova classe dirigente. Infatti, nel 1874 Matteo Raeli perse il seggio perché non vinse le elezioni: la Giunta netina del Villadorata nel 1876 si dimise non essendo i grado di reggere al declassamento della destra storica.

   Ma il grande Vescovo “sociale”, mons. Giovanni Blandini, ricostruì lui quella nuova classe dirigente operando concretamente a favore delle classi più umili fin dal 1875, rifondando l’idea stessa di Chiesa, costituendo casse rurali, costruendo nuove parrocchie,avvicinandosi sempre di più ai poveri. Blandini comincia a fare nuove alleanze con una giovane e buona classe dirigente: quella che sarà la Sinistra storica e, da quello strano netino “connubio” particolarissimo, nascerà anche il Movimento Cattolico.

    Questo sintetico quadro di storia netina ci fa capire quanto sia  stata ricca  la trama delle vicende e come storia nazionale e storia locale si siano intrecciate e connesse, in altri contesti si siano rette e/o differenziate con logiche diverse: e come la storia dei mille campanili d’Italia noi la dobbiamo “ri-tessere” per calarla dentro la grande storia d’un Paese che, comunque, c’è e ce lo dobbiamo tenere ben caro, nonostante il…Signor Bossi o qualche nostalgico neo-borbonico. Perché questa Italia è un Paese che ha saputo fare quello che tanti altri non hanno saputo: non avendo carbone, né ferro, né petrolio e/o materie prime strategiche ma, avendo la forza della sua Cultura e la straordinaria capacità culturale del suo Popolo, siamo venuti dal nulla ed abbiamo costruito una grande Nazione.

    Guai a perderla, questa Nazione, con fantasticherie e sciocchezze che, purtroppo, i mass-media ci propinano: invito,quindi i Giovani dell’Istituto Matteo Raeli a tenere alta la fiaccola di questa grande tradizione nazionale e locale perché, soltanto tenendo insieme storia locale e storia nazionale, avremo la consapevole coscienza di quella forte identità che ci fa essere -  oggi e domani, spero – cittadini d’Italia, d’Europa e della Civiltà Occidentale! Grazie. >>

prof. Giuseppe Barone

(Selezione e trascrizione a cura di Biagio Iacono)